MAX MANFREDI: il nuovo disco si intitola “Dremong”

Max Dremong

Ecco un altro frutto, decisamente positivo, di Musicraiser. Ad essere finanziato, questa volta, è il nuovissimo lavoro di inediti di Max Manfredi uscito per Gutenber Music e curato da Primigenia Produzioni. 14 tracce a cavallo tra fantasia e realtà, tra progressive e tinte medioevali, spaziando tra terre lontane e viaggi fantastici. Dieci di queste tracce firmate a 4 mani con Fabrizio Ugas che ha curato in prima persona gli arrangiamenti e molte delle scelte artistiche e stilistiche che rendono questo lavoro un lasciapassare per un viaggio interminabile tra gli alti ranghi della poesia fatta canzone a cui il nome di Max Manfredi è legato indissolubilmente ormai da oltre 20 anni. Ecco una bellissima intervista per gli amici di Box Musica.

Dal Tibet al progressive, dalla canzone d’autore italiana ai suoni etnici orientali. Da dove nasce una simile cocktail?
Il Tibet e il progressive hanno questo elemento in comune… che li conosco pochissimo. Quindi, sono per me particolarmente affascinanti per farci delle canzoni. La canzone d’autore italiana la conosco, nel bene e nel male. Normalmente mi rifaccio alla mia, alle mie vecchie canzoni, che son quelle che più m’infuenzano adesso;  e a qualcosa d’altro  che mi è capitato di sentire ed amare, da ragazzino o dopo. Poi c’è il fado, c’è il rebetiko, c’è il Lied tedesco. Ci sono le mie “influenze” musicali, intese proprio come febbri, come malattie che stravolgono il mondo e obbligano al riposo e al sogno ed al ripensamento.

Perché l’immagne di questo orso, di questo Dremong? La bestia che sembra uomo, l’inquietudine, la leggenda. Cosa dobbiamo leggere tra le righe ascoltando questo disco?
Quel che volete. Picasso diceva che se uno ascolta cantare un uccello, mica si chiede che voglia significare, a meno che non sia un ornitologo, aggiungo io. Per interpretare una tempesta ci vuole un meteorologo, o un fisico. Per godersela, basta un entusiasta, magari ben riparato.
Uomo, inquietudine, leggenda. Orso. Vogliamo dire che cosa può esserci in comune fra l’orso del Tibet e uno che fa canzoni? Che dalla loro bile si estrae farmaco, cosmetico ed afrodisiaco. Ma nel caso dell’orso, questa non è una metafora romantica, ma una trista realtà.

Almeno in 3 brani in cui ricorre in un certo modo il tema degli extracomunitari, della resistenza, dello sfruttamento. È un caso o è un messaggio ben preciso che si incastra nel leitmotiv di tutta l’opera?
Non me n’ero accorto. Ma sai, voglio citarti i versi di un poeta scapigliato, mi pare sia Emilio Praga (controllate). “Canto una misera canzone, ma canto il vero”. Il “vero”, frammenti di reale, di cronaca, di vissuto, compaiono sempre nelle canzoni.  e l’alienazione del lavoro non fu solo uno sfogo di anime belle e perditempo, è un problema apocalittico urgente sempre,  e gravissimo. Si potrebbe dire “prioritario”, se vivessimo oggi  in una società mediatica dalle gerarchie almeno  credibili. Invece sono gerarchie  incredibili e, come tali, sono incontestabili.

Gibilterra, la Grecia, tantissimo sapore d’oriente, ovviamente Genova e tanto altro ancora. A parte i tuoi luoghi di origine, il resto è un viaggio reale che ci racconti oppure qualcosa che disegni solo attraverso queste canzoni?
Genova, in questo disco, è finalmente, e più che mai, la finestra da cui vedere altre finestre ed altri panorami… compreso quello di Genova stessa.

Nelle canzoni, verità e realtà non possono corrispondere del tutto. Poco importa se son stato anni a Gibilterra,  invece,  quando chi la conosce mi dice che ne ho tracciato un fedele ritratto. E non solo, perché qui non facciamo guide turistiche: bisogna averne rubato il sangue. Ho vissuto anni in Grecia, non ci sono mai stato?: e che importa, quando un Greco trasferitosi a Genova  ti dice, ascoltando una tua canzone   “Se hai scritto questa canzone, NON E’ POSSIBILE che tu non abbia sangue greco”.
Sei mai stato a Lisbona? E’ essenziale saperlo, per le due antiche signore nerovestite che, guardandoti comprese, ti sussurrano: “le tue canzoni sono dei fados!”.

I Greci classici praticavano la Nekìa, l’evocazione dei Morti. Per farli venire su, i Morti, dall’Ade, ci voleva l’offerta del sangue, il sangue, ad esempio, di un capretto (la civiltà Greca classica era pastorale e non vegana).
Sempre di sangue si parla, “il sangue del poeta”, come diceva Cocteau, “il sangue del fanciullo”, come delirano a vario titolo Marlowe, Whitman, Campana… che significa ciò? Che ci son riferimenti letterari nelle mie canzoni? Col cavolo. Semmai ci son dei  chupito di sangue che ho in comune con altri ragazzini vampiri.
Un altro grande poeta, Heine, parlando di Dante riferiva come, secondo le cronache del tempo, le popolane avessero paura di quest’uomo dal volto bruciato dal sole dei pellegrinaggi, e mormorassero  fra loro: “Quest’uomo è stato in inferno”. E Heine, tuttora romantico, sempre pensando a se stesso  e mirabilmente blasé , commenta: “Era vero, Dante è stato in inferno: è stato in esilio!”

Ecco, se io non fossi “sempre in esilio” non scriverei nulla. Quindi che senso ha chiedersi da dove scrivo? Ma l’esilio è come il tunnel della droga secondo i comici Ceccon e Balbontin: uno non ne esce, se lo arreda.

Questo nuovo disco è il frutto di una campagna promozionale su Musicraiser. Tu che sei passato oltre 20 anni di musica in italia, puoi dire che questa è una delle alternative efficaci alla crisi di oggi, oppure pensi ci sia ancora tanto da fare?
Penso, come dice il poeta: “Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare”. Ma penso che oggi gli esami di realtà crollano, o sono almeno rimandati, o sono INVALSI. Quando non c’è più da giocare, i duri giocano. Non c’era nulla da perdere, diceva Marx del proletariato, adesso invece non c’è nulla da vincere. Tremino coloro che hanno da perdere qualcosa! Chi non ha nulla da vincere è invincibile.
Tra parentesi, ho usato questo termine, “proletariato”. Non trovate strano e rivelatore che abbia la stessa desinenza di un altro termine oggi abusato e usato a sproposito, che è “cantautorato”? I cantautori son forse i proletari dell’arte musicale? -Ato indica forse un participio passato, che indica un passato irraggiungibile? Acqua pestata nel mortaio? Rido. Io mi son sempre definito “il gerundio della canzone italiana”.

La tua canzone d’autore oggi? Dal disco “Le parole del gatto” a questo “Dremong”, com’è cambiato Max Manfredi e come il nuovo pubblico da incontrare?
Cambiano le modalità dell’incontro. Oggi vieni a conoscere personalmente quasi tutti i tuoi estimatori o, con termine impietoso, i tuoi “fans” (celeberrimo, proverbiale fra di noi il lapsus dell’appassionato confuso che ti apostrofa: “TU SEI UN MIO FAN!”). Nello stesso tempo, non c’è più la necessità, o l’opportunità, di un grande mediatore a cui affidarsi. Adesso che il mercato non esiste più (se non a livelli erratici, internazionali, ancora più assurdi nelle loro modalità, che quelli nostrani), proprio adesso  si organizza e si condensa fra miriadi e miriadi di proposte diverse. Se fossi, e non sono, uno che ha studiato – scienze – direi, in modo frattalico.

Se ti chiedessi di scegliere una delle 14 canzoni di questo disco? Quale e perchè?
Avete presente il Re Lear? Mai si sceglie fra i propri figli, mai si investiga l’amore,  porta male.
Ci son bambine che si portano in letto i peluche a turno, uno diverso ogni notte, e poi a ripetere, per non far torto a nessuno di loro.  Continueranno così  da grandi? E’ comunque una strategia saggia.
Le canzoni, mettetevelo bene in testa, sono organismi viventi. Se son morti, è peggio: son morti che  camminano, nuotano, cavalcano veloci.
Ascoltano tutto  alla lontana, come i cani che riposano. Sentono tutto e colgono solo qualcosa. Capiscono tutto, come i gatti, ma fanno finta di niente.
Dovete temere le canzoni, e amarle, come si temono e amano i robot e i golem. Come si amano e si temono gli Angeli. Come si temono i figli.
Chiedono a un bambino: “A chi vuoi più bene, al papà o alla mamma?” Poi magari succede che li ammazza entrambi, e allora la risposta diventa un’inezia.

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