Pupi di Surfaro: il Kombat Folk Siciliano

Pupi di Surfaro

Pupi di Surfaro

Ecco il nuovo disco dei Pupi di Surfaro: si intitola “Nemo Profeta”, un concentrato di rabbia e di poesia, di rivoluzione e di riflessione. Sono 8 gli inediti che popolano la tracklist più un omaggio ad Andrea Parodi che ai più non suonerà tanto facile da ricordare. Eppure questo disco che per la maggiore del suo tempo parla in dialetto siciliano, restituisce comunque messaggi importanti che ci fanno sentire tutti figli della stessa terra. E si parla del sistema, del controllo, della finta politica o della fanta-società (n.d.r.)…ma non è il solito folk digitale che bada solo alla scena del suoni quasi fosse un disco techno. C’è molta canzone d’autore, ci sono testi che non devono scivolare nella disattenzione generale…brani come “Soldatino” o “Per amore, per la libertà” sono vere e proprie chicche preziose che sembrano uscite dalla più ampia discografia di autori celebri come Fossati o Capossela. Insomma i Pupi di Surfaro ci regalano un ascolto davvero importante e noi non ci lasciamo scappare l’occasione di intervistarli. In rete il video di lancio del singolo “Li me paroli”. E forse il video non rendere il giusto merito al disco che da qui viene a dipanarsi. Buon ascolto a tutti…

Musica sociale per il nuovo disco dei Pupi di Surfaro. Ma voi avete sempre dato un taglio simile alla musica o sbaglio?
La musica ha un ruolo molto importante nella vita di ognuno e di ogni cultura e società. La musica agisce a livelli molto profondi e ha la capacità di veicolare messaggi importanti. La musica aggrega, unisce. La musica crea. Nella musica la gente si identifica.
Oggi la musica, purtroppo, è piena zeppa di istanze banali, di atteggiamenti qualunquistici e retorici. Noi abbiamo sempre creduto nel valore sociale della musica. L’impegno politico e civile è sempre stato fulcro imprescindibile del nostro progetto.
L’arte non dovrebbe mai appoggiarsi a facilerie e ruffianismi del caso. L’arte ha il compito di destrutturare, destabilizzare, insinuare il dubbio, innescare la crisi. L’arte ha il compito di svegliare e coltivare lo spirito critico nella gente, nella società in genere.

Quanto conta oggi cantare per il popolo e parlare del popolo in una canzone?
La nostra è musica popolare, nel senso di “popular music”, cioè musica che parla del popolo e per il popolo. Quindi diremmo che è la nostra vocazione principale. Per noi è importante. Nella storia personale, prima ancora che essere musicisti, siamo da sempre appassionati dei fenomeni sociali, delle storie della gente, della vita del popolo, della nostra terra. Cerchiamo di raccontare il nostro tempo, con la nostra voce. Raccontare il mondo visto dai nostri occhi. Non cerchiamo verità assolute, ma dipingiamo piccoli pezzetti di verità, che insieme compongono il meraviglioso mosaico, fatto di storie, di facce, di voci e di suoni dell’intero universo.

E quanto pensiate raccolga una tale canto di “protesta”? Oggi che ci sono i social e non si vendono dischi?
La protesta non è il nostro obbiettivo dichiarato. Noi siamo noi stessi, uguali a noi stessi, e sempre in conflitto con noi stessi. Questo ci porta ad assumere posizioni , spesso, in contrapposizione con un sistema che ci vuole tutti uguali, omologati, pettinati e ben allineati. I social sono uno strumento molto strano, che ancora non siamo riusciti bene a codificare. Il fatto che siano contenitori di tutto e niente, tende ad annullare il potenziale valore che dichiaratamente dovrebbero avere, cioè la capacità di dar voce a tutte le individualità. L’era dei dischi sta tramontando. E se ci pensiamo bene, non è nemmeno durata granché. La musica c’era prima, ci sarà dopo e ci sarà sempre. La nostra voce, di protesta o non, continuerà a farsi sentire, per chi la vorrà ascoltare.

Ai concerti dei Pupi il pubblico come reagice? Semplice musica o un motivo in più per sentirsi figli della stessa terra?
I nostri concerti sono una festa. E non nel senso del divertimento sfrenato, ovviamente, ma nel senso dell’incontro tra persone che hanno voglia di condividere un sano momento di musica. La nostra musica è potente, è coinvolgente, è profonda, colpisce le emozioni più basse. Il pubblico ride, piange, soffre e si diverte. È un’esplosione di passione, di rabbia, d’amore, di odio. Crediamo la gente non sappia bene a cosa va in contro quando decide di venire ai nostri concerti. Spesso ci scambiano per un gruppo folk, pensano di venire a divertirsi. Il più delle volte vengono travolti dalla nostra energia. E non importa che alla fine dicano, che bel concerto, che bravi musicisti…

Quindi per dirla tutta: anche voi fautori della visione secondo la quale il sistema è è un circo inarrivabile dal cittadino che a sua volta diventa pedina di un gioco manovrato ad arte?
C’è chi nasce pedina, chi re, fante o regina. C’è bisogno di ognuno per giocare al meraviglioso gioco della vita. Il sistema è composto da tutte le singole parti. Il sistema non è un’entità diversa da tutte le parti che lo compongono. Scardinare il sistema è quello che tutti vorrebbero fare. Perché ognuno è vittima del suo essere parte del sistema. Ognuno vuole vincere la sua partita. Ognuno vuole perdere la sua condizione di sottomesso a sé stesso e quindi al sistema che esso stesso contribuisce a creare.

E la musica in tutto questo che può fare?
La musica, e l’arte in genere, ha giusto il compito di colpire il sistema. Il sistema dei valori, della regole, delle certezze su cui si fonda la società. E non per un valore distruttivo, ma, anzi, il contrario. Ogni sistema per evolversi, per vivere ha bisogno di essere modificato, cambiato, rivoluzionato. L’arte ha giusto il compito di destabilizzare, destrutturare tutte la rigidità di un sistema basato sulle certezze, sulle verità assolute. L’arte non può proporre una nuova verità, non può sostituire il sistema.

Diritti immagini

Commenti

Commenti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: